L’esercito cinese alla cyberguerra

C’è un’unità dell’esercito cinese, la numero 61398, dietro la serie di attacchi informatici che dal 2006 ai mesi scorsi hanno preso di mira organizzazioni non governative, società commerciali e redazioni giornalistiche (tra cui il New York Times e il Wall Street Journal) negli Stati Uniti, in Canada e Gran Bretagna. I sospetti circolavano da tempo: qualche settimana fa, il Nyt aveva denunciato che i propri server erano stati colpiti da sconosciuti hacker in seguito alla pubblicazione del dossier sulle ricchezze segrete del premier uscente cinese, Wen Jiabao.
20 AGO 20
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C’è un’unità dell’esercito cinese, la numero 61398, dietro la serie di attacchi informatici che dal 2006 ai mesi scorsi hanno preso di mira organizzazioni non governative, società commerciali e redazioni giornalistiche (tra cui il New York Times e il Wall Street Journal) negli Stati Uniti, in Canada e Gran Bretagna. I sospetti circolavano da tempo: qualche settimana fa, il Nyt aveva denunciato che i propri server erano stati colpiti da sconosciuti hacker in seguito alla pubblicazione del dossier sulle ricchezze segrete del premier uscente cinese, Wen Jiabao. L’origine della cyber-operazione, sosteneva la compagnia di sicurezza Mandiant Corporation, chiamata in soccorso del New York Times, era da cercare a Pechino. Probabilmente, aggiungevano i tecnici informatici, i pirati facevano parte di squadre addestrate dall’Esercito di liberazione popolare, esperti in questo tipo di azioni e che già in passato avevano agito allo stesso modo, con le stesse tecniche e negli stessi orari, quelli d’ufficio.
Lunedì la Mandiant ha confermato tutto in un rapporto dettagliato di sessanta pagine, nonostante l’ira del portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Hong Lei, che ha a sua volta accusato gli Stati Uniti di essere il paese da cui hanno origine tutti gli “attacchi transnazionali che hanno colpito la Cina negli ultimi tempi”. Per la Mandiant Corporation, l’hackeraggio partiva da una palazzina di dodici piani alla periferia di Shanghai, sede dell’unità 61398 dell’Esercito. Almeno 141 gli attacchi documentati negli ultimi sette anni, “il 90 per cento di tutti quelli che hanno colpito gli Stati Uniti in quel lasso di tempo”, spiega il ceo della società, Kevin Mandia. Per la Cina, l’attività di questa unità è considerato segreto di stato e “le prove fornite non possono essere credibili”, ha aggiunto Hong Lei. Negli Stati Uniti non c’è sorpresa, ma solo la conferma di quanto si temeva da tempo: le capacità informatiche di Pechino stanno crescendo rapidamente, la sicurezza dei dati sensibili è sempre più a rischio. L’allarme lo aveva dato, nello scorso ottobre, il segretario uscente della Difesa americana, Leon Panetta: “Ogni giorno le nostre agenzie e i nostri dipartimenti vengono presi di mira da centinaia di migliaia di attacchi informatici”. Un allarme cui il presidente Obama, solo una settimana fa, rispondeva emanando un ordine esecutivo per migliorare la sicurezza.